lunedì 19 gennaio 2015

Stilo - San Giovanni Therestis La realtà monastica in Calabria Ora vorrei parlarvi della realtà nella quale vivo. La Calabria è una terra di santi monaci. Pochissimi sono i preti santi, pochissimi i vescovi santi, ma i monaci santi sono tantissimi. I monaci italo-greci almeno 85, vissuti nei secoli VII-X quando c'era la realtà bizantina. Per darvi un'idea cronologica: la Calabria, passato il periodo romano, fu riconquistata da Giustiniano e poi rimase sempre legata al mondo bizantino dal 520-530 al 1050 quando arrivarono i Normanni. Questi 500 anni hanno determinato una spiritualità estremamente preziosa che ancora oggi si coglie nei luoghi, nella spiritualità popolare sulla quale però poi - così la leggiamo noi - si è innestata la Spagna dal 400 fino al 1900 (anche in Sicilia, un po' in tutto il Sud). Anche se non tutti sono d'accordo, noi distinguiamo tra spiritualità popolare e religiosità popolare, legando il termine «spiritualità» alla realtà bizantina, greco-bizantina, e la parola «religiosità» a quella spagnola. La spiritualità bizantina è stata intessuta di spiritualità monastica e ancora oggi i grandi luoghi di spiritualità sono frutto di questa presenza. Nella nostra diocesi, per esempio, abbiamo tre luoghi di spiritualità bizantina: il primo di questi è San Giovanni Theristis, recuperato dalla comunità di Bivongi, dove c'è un monaco dell'Athos da 10 anni (è arrivato nel '95) e questa presenza è molto ricca anche se non sempre è facile gestirla. In una trasmissione televisiva, l'anno scorso, questo monaco ebbe a dire: «Sono venuto con le idee classiche di un monaco dell'Athos nei confronti della Chiesa, del Vescovo e del Papa. Torno con le idee completamente diverse perché questa Chiesa mi ha fatto cambiare idea sulla Chiesa, sul Vescovo e sul Papa». L'innesto con una realtà semplice, povera qual è la nostra e insieme con la grande armonia che ha caratterizzato le nostre reciproche relazioni, gli ha fatto cambiare idea, cioè sono cadute le prevenzioni classiche che ha un monaco dell'Athos e questa è stata per noi la più grande gioia. Giovanni Theristis è nato a Palermo, perché la sua mamma è stata rapita da una banda di saraceni, ed è stata portata come schiava da Stilo, dalla Calabria, nell'harem del sultano di Palermo. Lì la mamma, pur dovendosi adattare alla situazione, ha conservato in maniera gelosissima un piccolo crocifisso e ha educato alla vita cristiana il suo figlioletto. Quando questi è cresciuto - aveva 17-18 anni - lo ha costretto a fuggire facendolo salire su una nave che tornava in Calabria e gli ha dato, come segno di riconoscimento, questo crocifìsso che lei gelosamente aveva custodito. Quando il ragazzo è arrivato a Stilo, dopo un lungo viaggio abbastanza periglioso, vestito da arabo, volevano arrestarlo e punirlo. Allora lui ha mostrato il suo crocifisso e ha manifestato le sue parentele. È stato accolto nella comunità, ha ricevuto il battesimo e pian piano si è innamorato della vita di alcuni monaci che vivevano nelle grotte sopra Stilo, grotte che avevano e che hanno ancora oggi come punto di riferimento una chiesetta che si chiama «la Cattolica», e «la Cattolica» vuoi dire proprio «la chiesa di tutti». Ogni grotta aveva il suo angoletto per la preghiera però, una volta al giorno e soprattutto alla domenica, i monaci scendevano dalle varie grotte - alcune ancora oggi affrescate - e confluivano nella Cattolica, che è il tempietto greco-bizantino meglio custodito dell'Italia del sud. Ogni monaco aveva una sua vita, però poi aveva un luogo di riferimento comune, un po' come i camaldolesi e i certosini. La primizia era la cella, ma poi c'era la Cattolica, il luogo comune dove mettere le esperienze di ciascuno a servizio di tutti. Questo giovane è entrato nel monastero ed è vissuto con grande fedeltà. All'inizio però, per metterlo alla prova, l'hanno tenuto tre giorni fuori dalla porta per vedere se era realmente intenzionato. Di lui si racconta un episodio molto simpatico: un giorno di giugno, passando per i campi, si è imbattuto in un gruppo di persone che lavorava a raccogliere il grano, ma sullo sfondo stava arrivando un temporale pericolosissimo e c'era il rischio che questo temporale distruggesse il lavoro di un anno. Giovanni li ha invitati a pregare, si è messo a pregare anche lui e quando ha alzato la testa si è accorto che tutto era stato già raccolto miracolosamente in covoni. Lui è intervenuto, ha dato coraggio ai mietitori e insieme hanno potuto salvare il raccolto. Infatti è raffigurato con la falce in mano e rappresenta il lavoro dei contadini, il lavoro della gente. E molto interessante questo legame tra mondo mo-nastico e mondo agricolo, che è sempre esistito. Altri due santi che noi abbiamo sono san Nicodemo nell'eremo a lui dedicato, dove è tornato un eremita di cui vi parlerò — e san Leo - nel cuore dell'Aspromonte, dove è difficilissimo arrivare anche a piedi - che viveva incidendo i grandi alberi dell'Aspromonte (non sono abeti, ma sono pini e al sud, data la temperatura, i pini diventano altissimi e particolarmente resistenti tanto che furono usati nelle basiliche romane, che sono molto grandi e che avevano bisogno di lunghe travi). San Leo li incideva, faceva venir giù la resina con la quale faceva delle palle che servivano come candele profumatissime. Allora per illuminare le case, si usavano gli avanzi dell'olio di oliva, la cosiddetta «sansa», che ha un odore cattivo, mentre le candele profumate erano ricercatissime. Lui, dice la tradizione, faceva queste candele, poi scendeva in città, soprattutto Reggio e Messina, le vendeva e dava il ricavato in dono ai poveri. La leggenda dice che cambiava la pece in pane. Vi ho raccontato queste cose per farvi capire le immagini di riferimento che oggi le nuove realtà monastiche hanno, semplici ma efficacissime, e composte di tre elementi: - un forte legame alla terra, con tutto quello che c'è di fatica, di impegno, di lavoro; - la massima valorizzazione delle risorse locali, che diventa anche una risposta per i problemi sociali della Calabria; - la capacità di ritrovare legami con la grande spiritualità bizantina, che li ha sempre animati tutti.. C'è un libro di Nicola Ferrante che raccoglie le biografie di tutti questi 85-90 santi di questo periodo. Io ve ne ho raccontate solo alcune, ma pensate che ogni monastero viveva a pochi passi dal paese, tanto quanto bastava per non essere disturbato. Non era il monastero di tipo benedettino, bensì di tipo basiliano. Tra Serra San Bruno e Bivongi c'è proprio questa differenza: mentre per entrare a Serra San Bruno bisogna proprio che uno sia Vescovo e che si sia prenotato prima (e adesso hanno ristretto ancor di più, con tanto di cerchia muraria... neanche per confessare accettano le persone, neanche i preti!), e questa è l'impronta benedettina più austera, l'impronta basiliana prevedeva la distanza dal paese ma non l'isolamento. Queste nostre realtà monastiche che sono rinate guardano a Basilio, non a Benedetto, proprio perché lo ritengono più vicino alla mentalità calabrese, più legato al sud Italia, che è una spiritualità di grande cordialità, di grande immediatezza, da come guardi a come stringi la mano; c'è un linguaggio non solo in ciò che dici, ma nel modo in cui lo dici, nel tono, nel modo in cui guardi le persone... La realtà basiliana ha colto di più questa dimensione. Essa è molto legata alla Chiesa locale, proprio perché è fatta, nella stessa regola, da un vescovo, Basilio, e Basilio ha sempre legato la sua dimensione di Vescovo con l'essere monaco. La sua stessa famiglia ha questa dimensione. Sarebbe interessante confrontare che influsso può avere la spiritualità basiliana sul monachesimo oggi riscoperto, perché secondo me permetterebbe alle vostre piccole comunità di cogliere certe preziosità che il monachesimo tradizionale ha pensato più per monasteri rigidi, grandi, con le mura attorno, molto difesi. La realtà basiliana è molto flessibile, si adatta molto meglio di quella benedettina per la dimensione che state cercando voi. Ovviamente non per mettere in contrapposizione, ma anche qui nella regola della complementarietà. La realtà del sud, in un mondo bizantino che non aveva bisogno di difendersi, ha sempre mantenuto un legame positivo col territorio, non conflittuale né di difesa. Torri di difesa, mura...non sono mai esistiti. E anche una fragilità però. Per esempio, di tutti questi 80 santi oggi si conservano pochissime cose proprio perché la non necessità di creare cose grandi, solide, li ha resi anche fragili lungo il cammino del tempo e questo da vantaggi e svantaggi. La stessa cosa un po' per voi. Siete più flessibili, ma siete anche più fragili.

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